Conosci te stesso?
Gnōthi seautón, conosci te stesso, recitava l’oracolo di Delfi, oramai divenuto uno slogan abusato un po' ovunque. Ma chi, oggi, conosce realmente sé stesso? Da sempre l’essere umano si pone questi dilemmi, e forse questo il periodo storico in cui ci si pone sempre meno domande di tale spessore. Del resto, è spesso la sofferenza che ci porta a domandare, e quando quella sofferenza viene negata, mascherata, la domanda si spegne e con essa l’opportunità di conoscersi meglio e di vivere una vita migliore. Ma perché il conoscersi meglio dovrebbe permettermi di vivere una vita migliore? Perché semplicemente ciò ci permette di vivere secondo la propria natura, secondo ciò che si è “chiamati” ad essere. I greci chiamavano ciò eudaimonia (dal greco eu "bene" e daimon "spirito/demone"), quello che noi traduciamo con felicità, e per i greci è il vivere in armonia con il proprio Dàimōn, il prorpio demone. Diceva Socrate dialogando con Glaucone in “La Repubblica” di Platone:
“Quando il calzolaio tenta di fare il contadino, o il contadino il guerriero, o quando uno stesso uomo pretende di esercitare più arti che non gli competono per natura, e tutto si mescola, questo non produce forse grande danno alla città?
[...]
Allora, diremo che la giustizia consiste nel fatto che ciascuna delle parti compia la propria funzione.”
Discorso simile lo fa un samurai del XIV secolo, Shiba Yoshimasa:
“Un uomo dovrebbe essere destinato agli incarichi per cui è preparato. Quando le persone sono impiegate come il legno curvo lo è per fare una ruota e l’asse dritto per la lancia, tutte saranno valorizzate”
Queste parole scritte da due personaggi appartenenti a periodi storici, contesti e culture molto differenti fra di loro, ci mostrano come il vivere in armonia con le proprie inclinazioni, con il proprio essere ci permette di essere parte del mondo e parte della vita che corrisponde allo svolgere quel “mandato” che la vita stessa ci chiama a compiere.
La chiamata
Il dipinto raffigurato qui sopra, La Vocazione di San Matteo, è una delle opere più importanti di Caravaggio. A sinistra del dipinto troviamo un Matteo seduto con la testa china, intento a contare i soldi appena riscossi, mentre al lato opposto, in piedi, troviamo Cristo con la mano tesa ad indicare proprio Matteo, il tutto sovrastato da una luce che proviene dall’alto e non dalla finestra raffigurata. Questo dipinto di Caravaggio rappresenta splendidamente quello che qui si intende per chiamata, ovvero una luce che ci illumina, ci attrae a sé, un fuoco che ribolle dentro e che ci spinge a seguire una determinata strada. Il più delle volte però siamo con la testa china, affaccendati come direbbe Seneca, intenti come Matteo a “contare i soldi”, e quella luce che ci illumina, quel fuoco che arde non lo vediamo e la chiamata resta senza risposta come se fosse un semplice spam. Nello sciamanesimo la mancata risposta alla chiamata a diventare sciamano comportava sofferenze sia sul piano fisico che su quello psichico, questo ad opera dell’azione di spiriti punitivi. In chiave moderna, diverse forme psicopatologiche si possono ricondurre ad un mancato allineamento tra la propria vocazione, la consapevolezza di essa e le azioni che vengono intraprese alla luce di ciò. Dunque, che fare?
Diventa ciò che sei
"C’è una sola via. Penetrate in voi stesso ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo del vostro cuore […] Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice <<DEVO>>, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità”.
Così rispose il poeta Rainer Maria Rilke ad un giovane ragazzo indeciso sull’intraprendere o meno la strada dello scrittore. Secondo Rilke c’è una sola via, e questa via è una via interiore, uno scavare nel profondo, un domandarsi. La vocazione, il nostro più profondo desiderio è un qualcosa che nasce dall’inconscio, dove l’io, come direbbe Freud non è padrone. Dunque, non siamo “noi” a scegliere la nostra vocazione, ma essa è qualcosa che ci viene data ed è parte fondante di noi stessi. È un seme che contiene la potenzialità di divenire frutto, per usare una metafora di James Hillman, e il processo per cui ciò avvenga implica la conoscenza e l’integrazione delle diverse parti di sè, implica lo staccarsi dai modelli imitativi e differenziarsi da essi, questo è quello che lo psicoanalista Carl Gustav Jung intende per individuazione. Questo è un processo esplorativo, un processo che è in divenire e non una strada già tracciata. Implica una presa di responsabilità, implica il fare delle scelte ed agire, al fine di diventare ciò che si è.
Conclusioni
Poche sono le persone ad essere a contatto con la propria vocazione, e questa non è una colpa, la strada verso la conoscenza di sé stessi non è mai facile, implica fare i conti con le parti più oscure di noi stessi, con le nostre paure, le nostre fragilità e insicurezze. È un viaggio dantesco il più delle volte, ed è un viaggio che non si affronta da soli.
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